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“L’AMORE SPIRITUALE” di Roberto Assagioli

È un argomento altissimo, ma ben arduo a trattare. L’Amore Spirituale non è cosa che possa essere conosciuta intellettualmente, dall’esterno, che possa venir insegnata ed appresa con i metodi ordinari.

Per sapere veramente che cosa sia l’amore spirituale bisogna averlo sentito, averlo vissuto, sia pure per qualche istante. Pure, il parlarne non può rimanere del tutto inutile. Il meditare con reverenza sull’amore spirituale può aiutarci a risvegliarlo in noi. Anzitutto ci può essere utile per via negativa; mostrandoci quello che l’amore spirituale non è, rilevandocene le limitazioni e le insufficienze, e i pericoli del nostro ordinario modo di amare.

Poi ci può aiutare direttamente, poiché anche la sola visione delle meravigliose possibilità dell’amore spirituale può far sorgere in noi un’aspirazione potente a sentirlo, a suscitarlo in noi; ed ogni aspirazione pura, fervida, ottiene prima o poi il suo appagamento.

Amare spiritualmente significa:

Amare tutti e tutto in Dio ed amare Dio in tutto e in tutti.

Significa cioè sentire in modo vivo e integrale – e soprattutto realizzare nella vita – l’Unità di tutte le cose e di tutti gli esseri nel Supremo; quell’Unità che abbiamo già compresa e accettata con la ragione, che abbiamo “veduta” con l’occhio dell’intuizione.

Noi, in generale, consideriamo le cose, gli elementi, le forme naturali, gli esseri viventi, i nostri simili, come ci appaiono ad una visione superficiale, cioè separati gli uni dagli altri e separati da noi, estranei e contrastanti fra loro e con noi. Ma se invece apriamo la nostra coscienza, allarghiamo la circonferenza che ci limita dagli altri, vediamo che ogni cosa è manifestazione di un unico Principio, che in ciascuno di noi veramente si specchia e si esprime – Dio immanente in ogni creatura -, allora il nostro essere, il nostro cuore, si apre e si espande in un’effusione di puro amore spirituale.

Le note essenziali dell’Amore Spirituale sono:

Universalità – cioè nessuna esclusione, “integralità”.

Fraternità – tutte le cose e tutti gli esseri figli di uno stesso Padre, emanazioni di uno stesso Principio.

Esaminiamo ora la varietà dell’Amore Spirituale, cioè le sue varie manifestazioni a seconda dei rapporti e dei legami di vario genere che ci collegano ai vari esseri viventi nel seno della Suprema Unità:

1) Verso le cose, gli elementi e gli esseri subumani (piante, animali).

Fraternità pura e riconoscenza.

Abbiamo un grande debito di riconoscenza, generalmen­te non riconosciuto né sentito; gli esseri inferiori, piante, animali, ci rendono possibile l’evoluzione fornendoci le basi e i mezzi necessari per la vita fisica (San Francesco).

2) Verso gli esseri umani:

a) Compassione. Verso l’umanità in generale, verso la grande massa che vive e soffre nelle tenebre, agitata da passioni violente, la nostra fraternità, il nostro amore si manifesta come compassione.

La compassione vera non è una semplice emozione passeggera, ma si traduce in un desiderio, in un bisogno, in un proposito di aiutare efficacemente i nostri fratelli in umanità.

Ma quanto è difficile aiutare realmente, dal punto di vista spirituale! Spinti dall’emozione, si vuole alleviare immediatamente la sofferenza senza rendersi conto delle cause profonde, del suo significato, dei suoi scopi. Ma la vera compassione, il vero amore spirituale, considera ogni sofferenza personale e temporanea, non di per sé ma in rapporto all’Unità Suprema, al significato e ai fini dell’intera manifestazione del processo evolutivo cosmico.

Questo ci rivela un’altra nota dell’Amore Spirituale: la Saggezza. L’Amore Spirituale non è solo sentimento, puro stato affettivo, ma sintesi di sentimento, saggezza e volontà. Ciò non deve meravigliare, poiché lo Spirito è sintesi, è Unità. Dobbiamo dunque considerare il male e le sofferenze dei nostri fratelli – come del resto le nostre – da un punto di vista unitario, universale. Solo così potremo aiutarli realmente, non combattendo gli effetti (ciò che riesce spesso vano), ma le cause. Esse ci insegnano a considerare i nostri simili, non come dei corpi e delle personalità separate e fine a se stesse, ma come delle anime, come dei pellegrini lungo la via della manifestazione.

Allora tutto si trasforma: allora sentiamo più compassio­ne per il malvagio che per il sofferente, per l’assassino che per la vittima. Allora ci fa più pena chi si immerge nella materia e folleggia nei piaceri dei sensi, di chi, soffrendo, si purifica e si eleva. Allora vogliamo il vero bene delle anime, non il sollievo momentaneo e illusorio delle personalità. Il nuovo compito è ben arduo, ma incomparabilmente più benefico.

Certo, è più facile privarci del superfluo, dare ai poveri ciò che ci avanza, le briciole della nostra mensa, ed essere ripagati dal piacevole senso che dà l’appagamento della vanità e la soddisfazione di mettere in pace la propria coscienza! Con ciò non si vuol dire che sia da escludere ogni aiuto pratico e materiale ai nostri simili, ma esso va dato con saggezza e con amore. Esso dovrebbe cioè costituire l’occasione e il veicolo di amore spirituale.

L’aiuto dovrebbe mirare a mettere il beneficato in condizione di apprendere le lezioni che la vita gli vuol dare, e quindi a eliminare le cause dei suoi mali. Più ancora che di aiuto materiale gli uomini hanno bisogno di aiuto spirituale. Tutti coloro che abbiano un po’ di luce, che abbiano compreso in qualche misura le grandi leggi della vita, le mirabili possibilità dello Spirito, hanno il gioioso compito di trasmettere agli altri la loro forza e la loro unione.

b) Comunione. Verso i fratelli più vicini, verso coloro che sono pressappoco al nostro stesso livello, che lottano, che soffrono e procedono al nostro fianco, il nostro amore assume un carattere di comunione profonda, di intima fraternità. Tale amicizia fraterna basata sul ciceroniano “unum velle et unum nolle” dovrebbe esplicarsi continuamente in un libero e reciproco scambio di aiuti, in un sorreggersi a vicenda nei passi scabrosi della via che conduce alle vette. Con loro più che mai dovremmo sentire l’unità fondamentale che esiste fra le anime, dovremmo considerarci veramente uniti e solidali come “le dita di una mano”.

Prima di procedere, dobbiamo però arrestarci su un lato trascurato ma non meno essenziale degli altri, dell’amore spirituale, e cioè:

L’Amore Spirituale verso noi stessi. Noi dobbiamo amare il nostro vero essere, il nostro Sé superiore, quale Scintilla Divina, quale nota integrale e necessaria all’universale armonia. Come ha detto sì bene Platone: “Bisogna onorare la propria anima”. Il senso della nostra dignità e nobiltà spirituale ci deve trattenere da ogni volgarità, da ogni cosa sconveniente. Questo è il vero senso di “noblesse oblige” e costituisce una molla potente alla nostra evoluzione. Anche in questo caso, come in tutti gli altri, amare spiritualmente noi stessi vuol dire amare Dio, amare la parte vuol dire amare il Tutto di cui essa è elemento integrante.

c) Venerazione. L’Amore verso i Superiori (i Santi, i Saggi, i Geni) assume il carattere di venerazione. Occorre però evitare l’errore dei feticismi, cioè amare le qualità contingenti, umane, e non quelle veramente superiori. Amare lo Spirito che più potentemente traluce in Loro, la Fiamma, non la lampada, e soprattutto non amarne uno solo, escludendo gli altri.

Se ci può essere comprensione e comunione fra noi, quanta più ve ne sarà fra quei Grandi! Invece vi sono taluni che discutono con ridicola presunzio­ne e accanimento sui meriti e la superiorità dei vari Santi, Saggi, Istruttori Spirituali, con le piccinerie, le gelosie, le ristrettezze del più ordinario amore umano. Non così quei Grandi vogliono essere onorati.

d) Adorazione. Verso il Supremo, verso l’Uno, il nostro amore si innalza quale adorazione. È uno slancio di puro amore, che ridiscende e si trasforma in un’adesione completa alla volontà Divina, in un fervido impulso a cooperare quanto più e meglio possiamo all’attuazione del Grande Piano Provvidenziale, affinché la Sua Gloria rifulga.

Allora mormoriamo la più alta, la più universale di tutte le preghiere:

“Sia fatta la Tua volontà”.

 

– Roberto Assagioli